Telemedicina: a che punto siamo in Italia? Intervista a Sergio Pillon


Investire in telemedicina: perché?

Entro il 2045, la percentuale di anziani in Italia salirà al 32%. Siamo uno dei paesi più longevi al mondo.

Per sostenere il SSN nel lungo periodo e garantire standard di qualità, la telemedicina e le tecnologie abilitanti saranno la soluzione. Quindi: spostare i dati, non i pazienti. Prendersi cura, non solo curare.

Ma a che punto siamo in Italia?

Ne abbiamo parlato con il Dott. Sergio Pillon, Coordinatore della Commissione Tecnica Paritetica per lo sviluppo della Telemedicina Nazionale, che ci ha gentilmente rilasciato un’intervista di cui proponiamo un estratto in questo breve video:

La trascrizione della video-intervista:

Una delle cose più difficili da far capire della telemedicina è il fatto che la telemedicina è un investimento e non un costo. Perché consente di muovere le informazioni e di non spostare i pazienti

In Italia, per cominciare a fare la telemedicina vera, ci vuole che qualche cambiamento, nelle regole e nella spesa, arrivi. Perché oggi la telemedicina viene considerata un optional, ancora non ci sono le competenze per metterla in pratica: cioè oggi viene considerata una cosa particolarmente affascinante ma da esperti. In realtà è uno strumento che il medico deve poter usare tutti i giorni e per farla c’è bisogno che chi governa la spesa, chi governa la sanità, abbia la capacità di implementarla.

Intelligenza artificiale e IoT sono il futuro, senza dubbio.  Significa un internet in cui gli oggetti si connettono e ci danno i parametri dei pazienti. Ma noi medici non vogliamo vedere tutti i parametri ogni 20 secondi! Abbiamo bisogno di un’intelligenza artificiale, cioè di un qualcosa che processi questi parametri ma soprattutto a me il fatto che la saturazione di ossigeno sia scesa in modo importante interessa, ma solo insieme a tutti gli altri parametri. Quindi c’è bisogno di un’intelligenza artificiale che integri questi parametri.

Quando abbiamo cominciato non c’era un riferimento nazionale che definisse cos’era una tele-visita, un tele-consulto, ma soprattutto quali sono le caratteristiche per farle. Le Regioni, avendo recepito queste linee di indirizzo, hanno recepito anche il fatto che la telemedicina è entrata a far parte dei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza. E sono misurate (le regioni) anche da quanta medicina erogano; di conseguenza hanno cominciato a fare gare. In TUTTE le regioni sono uscite delle gare, quindi la “macchia di leopardo” in Italia è vittima della frammentazione ma le linee guida ci sono, sono nei LEA, è definito a livello nazionale chi, cosa, quando, come e perché la può fare, cosa significa farla, addirittura è definito il documento degli standard di servizio.

Un’ultima battuta, qual è il limite?
Il limite è che le linee di indirizzo se non le aggiorni diventano cartaccia. Adesso il nostro sforzo è far capire quello che le nostre linee hanno fatto e quello che devono continuare a fare al nuovo ministro per cercare di essere sostenuti e supportati in questo aggiornamento che è un obbligo.